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Lo scopo di questo lavoro è di mostrare le difficoltà che si presentano allo psichiatra sociale quando tenta di risolvere attraverso la pratica clinica i problemi posti dalla disuguaglianza sociale nei paesi neocolonizzati, particolarmente dell'America Latina. Cercheremo dunque di definire la psichiatria sociale ed il neocolonialismo, mostrando la contraddizione di fondo dei loro rispettivi obbiettivi. In seguito svilupperemo questa contraddizione su diversi livelli di approssimazione critica, per giungere infine alle conclusioni su questo tema.
Per quanto riguarda la definizione di psichiatria sociale, non sembra molto chiara la distinzione che essa implica. Esiste una psichiatria sociale e una psichiatria non sociale? Che cos'è il sociale nella psichiatria?
E' certo che il suo uso diviene evidente nel momento in cui incominciano a intravvedersi le possibilità di trattare non solo individui singoli ma anche gruppi umani di piccole, medie o grandi dimensioni, come intere comunità.
Se si tratta del raggio di azione e del numero di pazienti che lo psichiatra può raggiungere, ci sembra che la distinzione fra psichiatria individuale e psichiatria di gruppo, può essere più legittima che quella fra psichiatria individuale e psichiatria sociale. Soprattutto se, come sostiene Ruesch1, la psichiatria sociale non è tale per un insieme di attività, quanto piuttosto per un ampio punto di vista (sociologico, antropologico, ecologico, ecc.) così da poter sostenere che uno psichiatra con un approccio più ampio potrà, trattando solo un paziente, attuare una psichiatria più sociale, di quella di una legione di psichiatri che lavorino con tutta la comunità adottando un approccio ristretto; riduttivo.
D'altra parte sembra che la psichiatria sociale si sviluppi grazie al lavoro di tutti quegli psichiatri che, sensibili al dramma della disuguaglianza sociale, si sforzano di “socializzare” il settore della propria attività scientifica, in paesi che n