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Nella prassi psicoterapeutica noi ci sentiamo più volte spinti dalle nostre esperienze a parlare di comportamento psicotico, di struttura caratteriale psicotica, di mondo psicotico, al cospetto di pazienti che dal punto di vista clinico non sono assimilabili non dico agli schemi psicopatologici delle schizofrenie, ma neppure alle sindromi che da vent'anni in quà vengono chiamate “peudoneurotiche”, “borderline”, “Grenzpsychosen”1, tutte caratterizzate dall'emergenza di sintomi francamente schizofrenici in un contesto clinico e prognostico diverso.
Tuttavia, ciò che spesso ci spinge a usare il termine di psicotico, è più una percezione empatica di certe peculiarità fondamentali che distinguono tali pazienti da quelli neurotici, che una precisa concettualizzazione. La ricerca di una siffatta concettualizzazione è lo scopo della presente nota.
Và da sé che essa si basa, per adesso, sull'analisi sistematica di casi, che qui non riferisco, ma riassumo nei risultati conclusivi; e che inoltre lo strumento dell'osservazione non può essere quello comunemente a disposizione della psichiatria: ossia la breve e superficiale intervista psichiatrica. Sembra infatti che le peculiarità