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Nella psicosi schizofrenica l'elemento dissociativo è stato messo in luce da innumeri ricerche, ed ha valso alla schizofrenia il nome di psicosi dissociativa. In particolare, noi assistiamo all'impossibilità del malato di organizzare in una cornice di riferimento egoide impulsi contrastanti; la diversa dinamica delle motivazioni fra loro incongrue e contradittorie non permette una sintesi egoide, e all'immagine del sé cattivo si accompagna quella delirante del sé mitizzato, onnipotente. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma è il concetto che mi interessa qui brevemente delineare: il nocciolo dell'io si forma durante l'epoca postnatale attraverso la frustrazione di pulsioni istintuali da parte di un mondo materno, che contemporaneamente abbraccia l'infante e ne vuole l'esistenza. Senza la frustrazione di impulsi, ad es. aggressivi, verrebbe a mancare quella coscienza dei limiti con un non-sé, di fronte a cui un'attività psichica può organizzarsi come io; un io limitato, contrastato, stimolato da un non-io, che lo obbliga ad organizzarsi per superare. Ma è solo quando questa frustrazione occorre da parte di un mondo materno che vuole la vita dell'infante e ne abbraccia l'esistente tutta, è solo allora che l'istinto aggressivo frustrato si fonde con quello di affetto; aggressione e ricerca della madre si articolano insieme e costituiscono così il primo modello di integrazione, su cui si basano i successivi. La mia speculazione è quindi che la dissociazione di livelli adulti occorre sulla base di un modello associativo primario mal costruito.
Il meccanismo, oggi intuito da diversi psichiatri, secondo cui fattori genetici si integrano con fattori interpersonali nello sviluppo di una psicosi, va visto secondo me tenendo presente la coesistenza di processi energetici e processi informativi di tipo interpersonale nella organizzazione dell'io. I detti processi interpersonali sembrano cioè integrati nelle regolazioni delle cariche energetiche. Cito un brano della Selvini c