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La terapia di gruppo bifocale, originariamente introdotta da noi da SCHINDLER, viene praticata alla clinica psichiatrica universitaria di Zurigo (Burghölzli) da una decina d'anni. In modo simile alla terapia familiare congiunta essa permette di studiare i rapporti familiari degli schizofrenici. La schizofrenia appare alla sua luce come malattia di tutta una famiglia più che di un singolo individuo. Gli stessi terapeuti partecipano sia al gruppo dei pazienti, il quale si riunisce due volte alla settimana per un'ora e un quarto, sia al gruppo dei loro familiari, i quali s'incontrano indipendentemente dall'altro gruppo una volta per settimana durante un'ora. L'evoluzione dei pazienti e dei parenti può quindi essere seguita parallelamente.
Spesso ci capita, come medici di turno, chiarendo l'anamnesi coll'aiuto dei parenti, di renderci conto di quanto essi siano colpiti dall'ammalarsi di uno dei loro, oppure del fatto che l'atteggiamento psichico dei parenti indica un forte sospetto di aver agito come influssi patogeni durante l'infanzia e la gioventù del paziente. Normalmente il contatto con la famiglia, dopo l'ammissione del paziente, si limita a pochi scambi di parole dopo le ore di visita. La terapia di gruppo bifocale invece mantiene il contatto con essa in modo intenso e durevole. Permette di aiutare i parenti nelle loro difficoltà, di aprire loro gli occhi su atteggiamenti sbagliati di fronte al paziente, di diminuire la diffidenza dalla parte dell'ammalato e di collaborare con la famiglia per la riabilitazione dello schizofrenico. Famiglia nella quale il paziente dimesso tornerà, e che dovrà comprendere e sopportare il suo comportamento.
Volendo, si può definire la terapia bifocale di gruppo come una dimostrazione delle conoscenze che LIDZ e WYNNE hanno trattato dallo studio analitico e basato sul test di Rorschach, della dinamica familiare degli schizofrenici.
E' difficile stabilire norme per la selezione dei pazienti e dei loro parenti. Facendo questo si rischia d