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Caro « Psicoterapia e Scienze Umane »,
non posso dire d'essere un tuo assiduo lettore, però conosco alcuni tuoi articoli e in particolare il tuo editoriale d'apertura.
Chi sono? Io giaccio tra le pieghe di un tale che a volte ti legge. E tra le volte che quel tale ti legge ce ne sono alcune in cui ti leggo anch'io. Come scrivo? Scrivo per mano di quel tale; se la sua mano non volesse, non potrei scrivere neanch'io: perciò mi tocca di prenotarmi (se si vuole, mettermi in coda alle istanze di quel tale) e attendere il mio turno. Se non mi va d'attendere, bisogna che mi dia da fare con assidua opera di persuasione dell'opportunità non solo per me, ma anche per lui, di esprimere quello che penso. Oggi, ad esempio, siamo in armonia e quindi ti scriviamo insieme io e quel tale.
Che ho da dirti? Quel che l'istanza identificante può dire per mano dell'io proiettante quando il super-io moralizzante sonnecchia dimentico del suo obbligo di tener in piedi i fili del telaio rassicurante. Da dove cominciare? Per esempio, dai fili del telaio rassicurante. Dove li troveremo? Nelle cavità spinali delle istituzioni? o nei fasci muscolari delle forze di produzione? o nei genitali di razza? o - che ne sappiamo? - nei gangli complessi delle innervazioni del potere? o - peggio - già depositati nella cassaforte dei cervelli elettronici?
Forse prima del dove bisogna parlare del come. Facciamo un'ipotesi: un cervello elettronico (per solitudine) cercava compagnia e gli fu offerto un gemello come compagno. Lo imparò tutto memorizzandone ogni piccolo particolare. Alla fine rimase deluso perché la memorizzazione era identica alla sua struttura. Chiaro che, se il cervello elettronico era la protesi ipertrofica del suo inventore, costui, fornendogli quel compagno, ammetteva d'essere poco disposto a considerare alcunché di diverso dalla sua idea di sé.
Ma qui, sta il complicato, l'inventore non era uno solo. Era un gruppo d'inventori. Perciò il cervello super-protesi era sintesi del loro patto d'intes