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Nello sviluppo della psicologia moderna si vanno delineando alcuni concetti chiave, il cui carattere fondamentale sta nella loro validità di principio su livelli strutturali diversi. Naturalmente, la diversità dei livelli non permette la trasposizione vicendevole delle esperienze relative. Nella misura in cui il concetto è operativo, emana cioè da precisi dati sperimentali, esso rimane valido solo nell'ambito di quelli. Ma da esso rimane possibile astrarre schemi di pensiero, che coincidono con quelli estratti da altre somme concettuali di livello diverso; per cui appare legittimo l'uso generalizzante di vocaboli, che unificano sul piano simbolico-verbale certi differenti parametri di conoscenza.
Uno di questi concetti chiave è la deprivazione. Nelle righe seguenti noi vedremo in che misura è possibile parlare di deprivazione a livello neuropsicologico subindividuale, a livello di ontogenesi individuale, di psicologia animale e infine umana. Non a caso ricercatori di discipline diverse ricorrono allo stesso vocabolo; sebbene questo indichi, su diversi livelli di sperimentazione, fatti fra loro diversi, è sempre il fenomeno della deprivazione che ci balza dinnanzi; un fenomeno che non viene travisato dalla supervisione unificante dei diversi piani di operazione, poiché la sua stessa natura sembra in ultima analisi trascendere ogni singolo piano, e divenire così afferrabile solo traverso la sintesi filosofica.
Prendiamo anzitutto il livello neuropsicologico subindividuale.
Nel mio libro « Neuropsicologia » (Benedetti, 1969) ho già trattato ampiamente questo argomento. Anziché riassumermi, preferisco invece accennare brevemente agli ulteriori sviluppi della ricerca, che qui come in altri campi procede infaticabilmente, e non permette mai di fare definitivamente il « punto » su conclusione alcuna. Intanto, metto di fronte a questa sintesi la riflessione, che il succedersi dei reperti rende sempre più evidente la necessità di una stimolazione afferente adeguata per la norma