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Da quando erano sposati, e specialmente da quando era nato il bambino, Sergio aveva l'abitudine di restar via settimane intere. In quei casi dimenticava d'informarla sull'indirizzo dell'albergo in cui prendeva alloggio. Ma forse questo dipendeva dal fatto che a lui pareva bastare, quale riferimento per eventuali comunicazioni, il nome della rivista d'informazione politica presso cui lavorava sia come pubblicista che come redattore. Questa rivista, considerata come uno dei più importanti organi culturali della città di F., si chiamava «La Macina», e Nora ne conosceva, più che altro, i colori di copertina che piacevano tanto ad Ermanno il quale, sebbene bambino ancora piccolo, aveva concepito nei confronti di quei volumi, un suo preciso interesse. Come accade siano sovente le pubblicazioni mensili non destinate ad un vasto pubblico di lettori, anch'essi mancavano di immagini; erano larghi, bassi di spessore, ma lucidi nella materia della copertina che, sola, esibiva ad ogni numero un colore vivace e differente dai precedenti. All'interno, naturalmente, le pagine risultavano gremite di segni che per il bambino non erano ancora riconoscibili come parole. Le spaziature erano poche, forse per motivi di risparmio tipografico; la carta gialliccia, molle. Ma l'insieme dei segni come la struttura e la tinta di copertina del volume dovevano, nella fantasia affettiva di Ermanno, aver assunto il ruolo di raccordo associativo con l'immagine del padre; con la persona di lui, spesso lontana; spesso sul punto di dissolversi in segni rotti e incomprensibili, come quelli stampati sulla carta.
Dunque il bimbo voleva le riviste tutte e quante per sè. Voleva toccarle, spostarle, porle alternativamente una sull'altra, in un suo misterioso gioco i cui simboli erano noti a lui solo.
Già attorno ai due anni d'età, del resto, egli aveva manifestato evidente interesse per due diversi tipi d'oggetti: i libri ed i dischi. I libri, che spesso erano meno maneggevoli dei numeri della «Macina», amava