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Se c'é una cosa su cui tutti sono d'accordo oggi é che la scuola non può andare avanti così. Se c'é una cosa in cui il disaccordo é totale, é come bisogna cambiarla. Ai due estremi due assolute convinzioni: che il solo rimedio é tornare al vecchio (serietà selettiva dello studio, serietà coercitiva della disciplina), e che la scuola é solo uno strumento di potere, da abbattere per liberare la libertà: senza alternative finché ciò che esiste non sia distrutto. Fra i due estremi una gamma incontrollabile di giudizi, concezioni, proposte. La scuola é l'argomento di cui più si parla: i movimenti studenteschi fanno il discorso più chiassoso e vistoso, ma tutti hanno da dire la loro, chi se ne intende e chi no. Risultato: la confusione è grande quanto il disagio.
Eppure. nel campo tutt'altro che omogeneo di coloro che intendono costruire, è possibile ormai cogliere talune chiarezze e talune convergenze, almeno quanto al senso e al fine degli sforzi: il che é tanto più significativo quanto più differenziati e addirittura ideologicamente opposti sono i gruppi da cui derivano.
Pare di poterle riassumere così: é necessario un cambiamento di fondo nella concezione stessa della scuola, da istituzione che trasmette modelli (sapere, atteggiamento, comportamento, condivisi dalla società che esprime o imposti da un potere dominante) a istituzione che insegna a imparare; da luogo dove si riceve l'istruzione a luogo dove ci si forma.
E ancora si tratterebbe di un cambiamento di metodi e non di una rivoluzione di fondo se l'espressione «insegna a imparare» o l'espressione «ci si forma» venissero intese su un piano intellettuale astratto, e non su un piano pienamente e integralmente esistenziale, cioé se la scuola non venisse intesa come luogo di vita, in cui all'io singolo e all'io sociale è offerta la possibilità di mutarsi secondo la pienezza della propria legge interiore.
Si riconosce, insomma, all'uomo e al cittadino il diritto di svilupparsi e formarsi, fin dai primissimi anni, così