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Il fenomeno delle classi differenziali e le implicazioni che esso comporta sono state studiate ed analizzate da diverse angolazioni e molti articoli ne hanno messo in evidenza gli aspetti più discutibili, inoltre alcuni giornali, pur di diversa impostazione politica, si sono impadroniti del problema, sensibilizzando l'opinione pubblica che oggi, per la maggior parte, è contraria all'istituzione di tali classi. Che la classe differenziale sia l'ultima manifestazione del classismo della scuola, che essa sia un « ghetto » in cui il sistema capitalista, alleva i suoi cittadini di serie B, che in queste classi vengano inseriti non i ragazzi disturbati, ma quelli che « disturbano » il « buon » andamento delle lezioni, che i ragazzi etichettati come « diversi » siano in realtà coloro che hanno una determinata origine sociale, o ancora che l'Istituzione scolastica abbia bisogno di creare questa segregazione per mantenere intatta la sua struttura e per non mettere in crisi i suoi strumenti; tutti questi sono argomenti validissimi che rispecchiano una realtà autentica, con cui mi confronto quotidianamente, nella mia pratica professionale come psicologa di classi differenziali.
Esistono però alcuni aspetti di questo problema che vanno approfonditi ulteriormente, rapportandoli ad un contesto più globale, e mi sembra giustificato farlo proprio ora, dati gli sviluppi che l'esperienza delle classi differenziali ha avuto in questi ultimi mesi. (Mi riferisco in modo specifico alla città di Milano e all'esperienza attuata nelle Scuole Statali. Diverso è il caso delle classi differenziali inserite in scuole sperimentali, rette da statuti particolari).
Ritengo interessante dare una breve descrizione del come sono nate e come sono state organizzate queste classi, a livello di scuola media, e soprattutto vedere come si sono svolti i rapporti tra Ministero della Pubblica Istruzione (che ne ha decretato l'istituzione), il Provveditorato agli Studi di Milano (che le ha gestite) e l'Istituto d