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Quando si formulano oggi delle considerazioni in merito al silenzio dell'analista, non è necessario riportarsi alle vecchie controversie, inerenti il tacere ed il parlare, che hanno cimentato gli analisti in accalorate discussioni per un decennio (*).
Giusta o falsa, una tecnica analitica non può venir giudicata dal fatto di parlare più o meno. Questo criterio non porta molto lontano. Infatti, Reik muove rimproveri agli analisti nell'anno 1926, cioè sette anni prima che comparisse l'opera di Reich, Charakteranalyse: « È stato tanto discusso in merito all'esprimersi nell'analisi, che si è completamente trascurato l'efficacia spirituale del tacere » (55). Altri analisti, per contro, parlano dell'errore che commette l'analista quando egli, mediante le sue interpretazioni, non organizza il processo analitico in maniera sistematica fin dal principio (Reich); oppure del fatto che il costante silenzio null'altro sia che espressione della « disperazione » (Glover). Queste controversie si sono rese possibili in quanto in entrambi gli indirizzi non si vedeva che qui era presente un contrasto solo apparente: né il tacere è passivo, né il parlare è attivo (l'uno dei punti del conflitto) né l'analista che sta in silenzio adempie alla rappresentazione ideale della tela bianca sulla quale il paziente si proietta come in una diapositiva (**), né l'analista che si esprime fa una terapia educativa, oppure, di più, una terapia di suggestione (l'altro punto del conflitto). Tacere può essere più attivo e determinante che non il parlare; è prima di tutto, come dice da lungo tempo una espressione popolare, straordinariamente espressivo. [Se si mettono insieme le varie formulazioni che il nostro linguaggio ha sui valori espressivi del silenzio — come ha fatto Kemper nel suo lavoro clinicamente bel orientato (1948) — valori espressivi di comprensione, di partecipazione alla sensazione, dell'annientamento mortale, della persuasione, della minaccia, del calore umano ecc., ci si acc