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Nella sua struttura tradizionale — descrizione di una sindrome e ricerca eziologica — il discorso di v. Blarer offre, ci sembra, la possibilità di rivedere questioni molto discusse e di ricuperare un loro senso più specifico. In particolare citiamo due punti: 1. - v. Blarer si occupa dello sviluppo dell'io in fanciulli con gravi lesioni degli organi di senso. Egli cerca di chiarire le dinamiche inter- e intrapersonali, nelle diverse fasi dell'organizzazione dell'io, che ne determineranno la fisionomia e la struttura. Queste dinamiche non sono ridotte a risposte del bambino a frustrazioni, ma vengono discusse nei termini della teoria psicoanalitica sulla formazione della personalità. Viene così riformulato tutto il problema della persona “diversa”, cioè di colui che è percepito come disomogeneo rispetto alla propria cultura, e del suo destino. Il discorso dell'“esclusione” è potenzialmente rivisto in chiave di ipotesi specifica, in un settore — quello del grave “difetto” organico — che può essere assunto come paradigmatico, per la sua evidenza intrinseca. Ci si spiega come la persona, il cui io è stato esposto a vettori precocemente deformanti, possa più tardi giustificare la sua stessa esclusione sociale. Le implicazioni di questo ricupero teorico sono molto vaste. 2. - All'interno del discorso tecnico, l'uso della “teoria delle rappresentazioni”, ripresa ed ampliata, negli ultimi anni, soprattutto da Kohut, ci sembra aver favorito la chiarezza della ricerca, soprattutto nelle parti che riguardano le vicissitudini dello sviluppo dell'io. v. Blarer, come A. Miller (di cui è uscito un lavoro nel numero precedente di Ps. & Sc. U.), lavora in un gruppo di analisti che assumono i dati della “Repräsentanzentheorie” come base per la loro indagine clinica. In questo caso, lo studio dei rapporti fra la rappresentazione di sé e quella dell'oggetto nelle situazioni in esame permette a v. Blarer di disegnare un io non più incorporeo od astratto, per così dire, come quello cui m