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C'è un racconto di Franz Kafka con una struttura molto semplice, evidente risultato di un antefatto complesso ed oscuro: un guardiano attende dei visitatori che non giungeranno mai, e nell'attesa compie scrupolosamente il suo lavoro di guardiano, osserva gli orari pesanti e veste regolarmente la sua divisa di guardiano; per anni attende al suo lavoro affaticandosi e senza mai domandarsi un perché. Finalmente arriva qualcuno: il suo successore, a cui trasmette le consegne prima di morire, lasciandolo nella sua stessa situazione di attesa inutile, che prevedibilmente sarà rotta unicamente dall'arrivo del prossimo guardiano.
La struttura del racconto é semplicissima: il guardiano non è detto cosa guardi, cosa custodisca, e non è detto perché neppure lui lo sa; l'orario, la divisa, i rituali, sono inutili, ma il suo ruolo è la sua stessa esistenza, per cui abbandonare orario, divisa, rituali, significa morire; ma anche la morte è un fenomeno marginale, perché il ruolo si perpetua in un'altra persona, di cui non si sa niente se non che compirà perfettamente il suo inutile lavoro. Kafka non spiega nulla dell'antefatto, perché il personaggio, perpetuo nel suo trasmettersi, ignora l'antefatto e continua ad ignorarlo fino alla fine, senza dubbi o disagi.
Mi sembra che sia un racconto utile a capire la situazione della educazione: vengono custoditi preziosamente ruoli e rituali che non hanno nessun senso; i custodi adempiono fedelmente e scrupolosamente al loro dovere, ma non custodiscono nulla.
Piaget constatava la sorprendente ignoranza dei risultati nelle tecniche educative, e prendeva ad esempio una situazione veramente kafkiana quale è l'esame: « si pretende di giudicare il valore dell'insegnamento scolastico sulla base della riuscita degli esami finali, quando in effetti buona parte del lavoro scolastico è influenzato dalla prospettiva di quegli esami e, secondo la gente di buon senso, è anche gravemente deformato da tale preoccupazione divenuta dominante » (J. Piaget, Psi