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La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria condizione è la necessità di rinunciare a una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica non ha strappato i fiori immaginari dalla catena perché l'uomo continui a trascinarla triste e spoglia, ma perché la getti via e colga il fiore vivo.
Non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini operanti; ma si parte dagli uomini realmente operanti (…).
E proprio quando sembra che essi [gli uomini] lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato [alias: i fantasmi dell'infanzia].
Gli uomini non posson restare bambini per sempre, devono anche affrontare « la vita ostile ». Questa si può chiamare «educazione alla realtà» (…). No, la nostra scienza non è un'illusione. Illusione sarebbe supporre che si possa trovare altrove quanto non può darci la scienza. (…) Dove c'è l'Es ci sarà l'Io.
La base ideologica « dell'arma della verità » di Marx è anche quella di Freud: l'uomo vive di illusioni perché queste rendono sopportabile la miseria della vita reale. Se egli può riconoscere le illusioni per quello che sono, cioè può risvegliarsi da questa specie di sogno, può riprendere coscienza e divenire così consapevole delle forze e delle facoltà che gli sono peculiari mutando la realtà in modo tale che le illusioni non siano più necessarie.
E' inutile e privo di senso combattere una istituzione sociale irrazionale senza chiedersi come questa istituzione, nonostante il suo irrazionalismo, riesca a reggersi, e ad apparire persino necessaria.(…) Voler perseguire un obiettivo socialmente e storicamente impossibile è