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1. Il DÖRNER, nel suo Bürger und Irre, che è da considerarsi una delle indagini più penetranti e metodologicamente più corrette sulla storia della psichiatria, indica come tema fondamentale « il rapporto tra i folli e la società borghese in generale », rappresentata professionalmente dagli psichiatri; propone quindi un tipo di ricerca che individui « le condizioni socio-economiche, politiche e culturali nelle quali, in connessione con la rivoluzione politica e capitalistico-industriale della società borghese, ebbe origine anche quel rapporto tra borghesi e folli che poi divenne la scienza “psichiatria” ». E' così possibile, tra l'altro, rintracciare anche per la psichiatria « la dialettica propria di tutta la scienza moderna fra la sua pretesa di emancipazione dell'uomo (…) e la sua azione di razionalizzazione e integrazione della società preesistente ». Inoltre, « la riflessione sul fatto che i borghesi istituirono la psichiatria proprio in funzione dei folli poveri « porta a vedere in tutto ciò anche un momento della lotta di classe e una delle prime soluzioni date al nascente “problema sociale” ». (1)
In Italia questo particolare rapporto (di classe) tra la borghesia ed i folli poveri è rintracciabile a partire circa dalla metà del secolo XIX, in coincidenza della formazione dello Stato Unitario. E' da allora che, — con un ritardo perfettamente comprensibile rispetto ad altre nazioni europee quali l'Inghilterra e la Francia, e in stretta dipendenza dalle vicende politiche ed economico-sociali — la psichiatria acquista dignità di disciplina e si costituisce ufficialmente sia nelle strutture organizzative, sia nella sua ideologia scientifica. Nel processo della sua trasformazione possono ritrovarsi i condizionamenti posti dalle esigenze dello stato nascente, e i valori e i bisogni delle classi egemoni. L'importanza di una ricerca condotta su questo periodo storico sta nel contributo che essa può dare alla autocomprensione della psichiatria italiana: così come oggi l