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L'approccio tecnico, in questo caso sociologico, ma anche di diverso tipo, assume il suo significato e la sua reale chiave di lettura solo se inserito nel contesto strutturale e culturale che lo usa. Un sociologo può essere chiamato in O.P. per svolgere le più diverse mansioni. Suo campo di indagine può essere, per esempio, la ricerca epidemiologica come l'analisi dei conflitti istituzionali, la ricerca sul territorio per reperire topologicamente il luogo meglio funzionale alla conduzione di un determinato servizio, oppure l'analisi delle strutture di potere che influenzano lo svolgimento di una prassi terapeutica, e così via. Questa serie di operazioni tecniche ha un suo significato intrinseco; ma è necessario che tali operazioni trovino anche un legame con la realtà dell'ospedale. Parlare del sociologo in O.P. implica quindi il parlare della formazione sociologica, da una parte, e il definire se e cosa sia la « terapia istituzionale », dall'altra.
Schematizzando (fig. 1), ci troviamo di fronte ad almeno tre livelli di analisi.
I il malato
II l'operatore
III l'istituzione
I livello: il malato, col suo corpo, la sua psiche, i suoi rapporti interpersonali col reparto, i suoi rapporti sociali con l'ospedale, cioè col mondo dell'ospedale nel quale si trova il reparto, poi i rapporti con la comunità esterna di cui fa parte la famiglia del malato e a cui va riferita la sua esperienza storica.
II livello: l'operatore, con i suoi rapporti interpersonali col reparto, i rapporti sociali spesso conflittuali con la direzione e l'organizzazione interna, la sua difficoltà a prendere coscienza della natura, del senso e dello scopo del proprio lavoro (con la conseguente indeterminatezza e confusione).
III livello: l'istituzione (entro cui malato e operatore condividono la medesima esperienza) coi suoi rapporti con la cultura psichiatrica con la quale condivide la difficoltà del proprio compito di cura, e con i suoi rapporti sociali con gli enti pubblici e privati che la sovve