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Come annunciato nel n. 1-2 1973, pubblichiamo la sintesi di una discussione redazionale sul lavoro di Schatzman « Paranoia e persecuzione ». Nostro scopo non è tanto mettere in luce il dissenso rispetto ad alcuni importanti punti del lavoro (la pubblicazione di un articolo non rispecchia necessariamente i punti di vista della redazione), quanto segnalare il problema più vasto della possibilità di uso mistificato, piuttosto frequente in questi ultimi anni, di ipotesi e ricerche in sé interessanti e potenzialmente fruttuose.
Schatzman compie nella sua ricerca due diverse operazioni. Una è la raccolta di dati sul caso Schreber, in base non solo al materiale lasciato dal paziente, ma anche — anzi soprattutto — dai libri di suo padre. Egli pensa che la teoria pedagogica di Schreber padre sia stata non solo scritta, ma anche applicata dall'autore in seno alla propria famiglia (e qualche passo dei libri citati sembra confermarlo). La seconda operazione è un confronto diretto fra le teorie del padre e i deliri del figlio. Da esso Schatzman deduce che ciò che viene descritto come patologia, e da Freud interpretato in rapporto alla dinamica interna del paziente, è la trasformazione della persecuzione paterna. Secondo la ricostruzione di Schatzman, Schreber padre è « responsabile » della malattia del figlio. Fra agente disturbante (= persecutorio) e persona disturbata (= perseguitata) sembra non esserci mediazione, salvo appunto una « trasformazione » ed uno spostamento sul piano simbolico, operato dal figlio, della propria persecuzione reale. Questa trasformazione, secondo Schatzman, è dovuta ai danni operati dalla persecuzione paterna sulle funzioni cognitive del paziente.
Questo il nucleo della ricerca di Schatzman. Lasciamo al lettore il giudizio sul suo interesse, che a noi sembra comunque rilevante. Ci soffermiamo sul suo contenuto da un punto di vista metodologico per due ragioni: 1 - Schatzman chiama in causa, all'inizio del suo articolo, non tanto i risultati (che sareb