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Per definire qualcosa della natura occorre un linguaggio, e per descrivere il significato di qualsiasi linguaggio occorre riferirci a qualcosa della natura. Così si può dire che il linguaggio è sinuoso, che si frammenta in tanti rivoli come se nascesse da sorgenti montane, opure che si perde in innumerevoli viottoli o in vicoli; si vedono forme linguistiche impennarsi o compiere prodigiose virate come voli d'uccello. Il linguaggio è perchè è la stessa natura, che in quanto tale, in quanto cioè sta per nascere e sta per diventare, è una continua « svolta », un rapido o un lento passaggio di significazione, un « tropo ». Cosi, allora, anche il corpo che ci permette alcune definizioni ha un movimento, ha un linguaggio, anche quando non è verbale, è anzi esso stesso linguaggio: le sue « svolte di significazione » sono metafore che coprono qualcosa di diverso da ciò che mostrano, come quando si chiama qualcuno e alla risposta « che cosa vuoi? » si nasconde tutto un altro significato e si dice « non mi ricordo più! » oppure gli si sorride. La metafora è quindi legata al corpo, perchè corpo e linguaggio sono la stessa cosa; e la « cosa » è ciò che non si sa dire nè del corpo nè del linguaggio, perchè reciprocamente si significano, l'uno è la svolta dell'altro.
La cosa è un desiderio, inespresso, lontano da ciò che intende possedere; il possesso inteso viene dimenticato, e il corpo, nel suo linguaggio, si muove nei rivoli del desiderio fino a che le svolte non tengono più conto di ciò che intendono possedere, e giocano solo sulle superfici tese del linguaggio. Allora la metafora, limpido involucro di « cose » cristalline, gioca nella pura luce dei desideri, sulle più facili superfici, fino ad entrare nella pagina bianca di un libro di retorica.
Da qui, il suo catalogo: o il retroscena della sua morte.
Si muoverà solo per proporre classificazioni, per orientare i discorsi, oppure per differenziare e allontanare da sè tutto quello che non rientra nella retorica. Un corpo che nas