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Il termine aggressività, nella sua accezione più vasta, non soltanto psicologica ma nel linguaggio comune, viene adoperato per descrivere e definire una vastissima gamma di comportamenti nella quasi totalità considerati negativi sia dal punto di vista sociale che da quello individuale. Certamente l'ambiguità del termine, la molteplicità di aspetti e di significati, l'inesistenza di una linea precisa di demarcazione tra le forme di aggressività generalmente deplorate e quelle poche ammesse o riconosciute positive, ha portato gli psicologi ad indirizzare gli studi essenzialmente verso gli aspetti negativi della aggressività forse perché è più facile osservare le modificazioni negative che l'ambiente continuamente porta a questo istinto piuttosto che il suo naturale sviluppo. Dalla moltitudine di studi psicoanalitici sulla aggressività è possibile isolare e seguire due linee di interpretazione: quella di impulso innato, tendente alla morte e contrapposto all'Eros « istinto di vita » e l'altra, legata a Dollard ed alla sua scuola che ritengono l'uomo per natura non aggressivo, ma tale solo in seguito ad una frustrazione.
Per lungo tempo Freud considera l'aggressività come facente parte dell'istinto sessuale (sarebbe meglio dire come perversione dell'istinto sessuale), giungendo solo in secondo periodo alla teoria dualistica degli istinti che vede accanto alla libido un'altra carica energetica indirizzata verso la distruttività; questa carica, quando viene inibita verso l'esterno, si dirige verso il soggetto stesso fino a distruggerlo. Tutta la scuola psiconalitica sottolinea come la teoria dell'Istinto di Morte sia in realtà una forzatura nel pensiero di Freud il quale, pur non volendo escludere l'esistenza di altri istinti, considera la libido e solo la libido l'istinto fondamentale di vita, ne studia il suo sviluppo e la sua importanza nella personalità umana mentre giustifica la aggressività che ritiene inoltre istinto dell'io e non dell'es (frutto quindi del principi