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« … ma a questo programma della civiltà si oppone la naturale pulsione aggressiva dell'uomo, l'ostilità contro tutti e di tutti contro ciascuno ».
« Il problema dopo una guerra riguarda il vincitore. Egli pensa di aver appena dimostrato che la guerra e la violenza rendono. Chi ora gli darà una lezione? »
Vorrei cominciare queste non sistematiche divagazioni sulla violenza proprio dalla cronaca spicciola.
Dunque: sono gli ultimi giorni di febbraio, le quattro del pomeriggio, piove da qualche giorno e c'è un buio sciacquoso, interminabile. Sotto le finestre di casa mia due uomini si stanno picchiando. Non so perchè… credo per una questione di parcheggio.
Il primo è un uomo di mezza età, alto, grosso, con dei radi capelli rossicci e un cappotto di buon taglio. L'altro è un giovanotto bruno, più basso di statura, con un pesante giaccone di cuoio sopra una tuta blu.
Quando apro la finestra, attratto dalle urla, i due stanno lottando per terra sull'asfalto bagnato. Si rialzano faticosamente, tirandosi pugni alla cieca con selvaggia violenza. Il giaccone nero del giovanotto, nella foga della lotta, è salito su sin sopra la testa, cosicchè egli non vede più nulla e rotea confusamente le braccia senza colpire l'avversario. Ma il signore dai capelli rossi, preso da una furia che, evidentemente, deve essere proprio cieca, non sa approfittare della situazione e, anzichè entrare con un diretto al volto, tira pugni lenti, larghi e scomposti, quasi che la sua rabbia distruttiva non sia del tutto padrona dei mezzi fisici con cui esprimersi. Si direbbe che la violenza, quando esce di misura, tenda in un certo senso ad autocautelarsi dai suoi effetti micidiali, diventando scomposta, confusionaria, totalmente gestuale, quasi che la soddisfazione dell'aggressività sia data più dal « progetto » un po' onnipotente della distruzione dell'altro, che dalla sua distruzione reale. Infatti ben pochi pugni arrivano a segno, le braccia mulinano per aria