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Porsi il problema oggi dell'organizzazione di un'istituzione psichiatrica « terapeutica » potrebbe dare facilmente adito all'accusa di bizantinismo tecnico o comunque a quella di perseguire le chimere di un'operazione meramente culturale. In realtà, proprio in un momento in cui in Italia stanno faticosamente prendendo piede esperienze di psichiatria alternativa, in un momento in cui gli psichiatri ripensano criticamente il loro ruolo, si profila il rischio di rendere stereotipa la propria prassi se non si è disposti a cogliere le differenze delle « situazioni psichiatriche » a seconda del luogo in cui si opera e le differenze quindi degli strumenti operativi necessari. Se infatti, sempre più di frequente, la giusta preoccupazione di psichiatri ed amministratori sembra essere quella di evitare una facile istituzionalizzazione e l'inaugurazione di « carriere » di devianza, è pur vero che generalmente si ammette che in alcuni casi di psicosi, e probabilmente più spesso di quanto non si desidererebbe, è necessario un momento di ricovero per poter aiutare al meglio colui che soffre. In questa logica ad esempio, di creare un filtro nei confronti dell'Ospedale Psichiatrico e di realizzare istituzioni in grado di « curare » e non solo di custodire i pazienti, in questi ultimi anni sono sorti in diverse province i assidetti centri neurodiagnostici (S.D.N.). In realtà, codesti centri, che presentano caratteristiche proprie di cliniche private gestite da un Ente pubblico, si sono affiancati, anzichè porsi alternativamente, al manicomio, sostituendo entro certi limiti permissività ad autoritarismo, generico umanitarismo a rigore custodialistico, in ultima analisi acquistando in ambiguità ciò che avevano perduto in repressività. Non può sorprendere allora se ad un riesame della situazione delle istituzioni psichiatriche, i C.D.N.