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« Accanto ai diritti conferiti ai medici dalla legge, vi sono dei privilegi non scritti di ordine unico. Forse il più importante di questi è il diritto per ciascuno di loro di stabilire lo “standard” di normalità dei propri pazienti ».
E' probabile che se Moser avesse disegnato, piuttosto che scritto, facendo una mostra dal titolo « Frammenti della mia analisi », nessun collega l'avrebbe recensita chiedendosi se l'autore sarebbe diventato un bravo o un cattivo analista, se fosse giusto o sbagliato quello che aveva fatto, come è invece accaduto per questo libro. Evidentemente la parola, per noi psicoanalisti, è soggetta a un'etica diversa da altri mezzi espressivi. Forse perchè l'analisi è fatta di parole e pare si pensi che la parola scopra più di un disegno, rivelando colpevolmente un mistero che doveva restare celato.
Questo libro descrive i ricordi di una analisi: alcuni dei tanti che ciascuno può avere della propria.
Mi trovavo spesso, per la mia formazione di psicoanalista, in paesi di lingua tedesca, quando si sparse nei nostri ambienti professionali la notizia, in forma di pettegolezzo, che un « allievo » avrebbe scritto un libro sulla propria analisi. Il libro uscì, provocando nel microcosmo della corporazione un piccolo scandalo. Ho avuto modo di partecipare a discussioni simili a quelle di cui parla l'autore nella sua introduzione, la quale, con la « lettera all'autore » di Heinz Kohut, pubblicata come prefazione al libro, e la recensione di Yela Lowenfeld pubblicata in « Psyche », 2, 1975 (1), sono esempi ufficiali di un costume indicativo dei sistemi di valore operanti nella sottocultura psicoanalitica. Le critiche fatte a Moser fanno pensare che egli abbia compiuto un atto illecito o peccaminoso, come se il codice non scritto implicasse una sorta di « segreto professionale », non solo da parte dell'analista, ma anche da parte del paziente, se questi è anche « analista ». Il fatto più evidente è una specie di responsabilità di assolvere o