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Un giovane di 21 anni, dall'aspetto timido e riservato, si presentò, accompagnato dagli zii, provenienti dalla città italiana di T., alla casa di cura dove lavoravo.
Poiché la famiglia del giovane risiedeva in Australia non fu possibile avere dati anamnestici. Giunto in Europa per un viaggio, il giovane era stato ospitato dai parenti che non avevano tardato a notare in lui un comportamento strano. Dopo due o tre settimane, infatti, il nipote si era allontanato da casa per un anno e mezzo, poi era ritornato improvvisamente ed aveva continuato a mostrare atteggiamenti strani. Infine aveva tentato di suicidarsi.
Gli zii allora lo portarono da un neurologo della città che lo indirizzò, per una psicoterapia, alla casa di cura. Quì venne subito iniziata una terapia insulinica mentre io cominciai con lui dei colloqui in lingua tedesca (il giovane conosceva bene anche l'inglese e il francese, ma non l'italiano).
Con gli altri medici il giovane si mostrava freddo e dissimulava le sue emozioni, mentre con me si rivelò subito incline ad aprirsi. Fin dall'inizio gli ispirai fiducia e trovò in me una persona disposta a dedicargli attenzione, tempo e partecipazione alle sue vicende personali. Per questi motivi non esitò a raccontarmi molti episodi della sua vita, seppure in modo assai disordinato. Utilizzando una serie di schede, che compilavo durante i colloqui, ho ricostruito nel tempo e nello spazio la sua storia, che qui riporto assieme al risultato del test di Rorschach.
Il paziente aveva tre anni quando suo padre si suicidò. Era caduto in strada sul ghiaccio e si era fratturato un femore. In seguito a questa caduta rimase infermo e sofferente per due anni. La moglie l'assisteva con grande amore, lo portava da un luogo di cura all'altro, finchè un giorno il poveretto, stanco di soffrire, pose fine alla sua vita.
il paziente criticava il padre con severità poichè pensava che, se egli fosse ricorso a un intervento chirurgico, avrebbe certamente risparmiato alla madre tante fatiche.