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Andrea Canevaro in un recente articolo sulla funzione e sul ruolo dell'educatore, poneva in evidenza come ogni educatore, « affascinato dal sogno del brutto anatroccolo », speri inevitabilmente che il « bambino-problema » a lui affidato diventi, crescendo, il « magnifico cigno, invidia dei paperi » (1). Tale speranza, che accomuna l'educatore agli altri operatori sociali, ivi compreso il terapeuta, trova il suo fondamento non tanto in un ideale altruismo, quanto nella passione profonda che informa in genere chi si occupa di attività di formazione.
L'educatore, in particolare, non sfugge a tale desiderio. Votato il più delle volte all'insuccesso, in parte per la sua comparsa recente nella storia dell'intervento sociale che gli pone gravi problemi di inserimento nelle equipes assistenziali, in parte per le difficoltà inerenti al suo ruolo, non risolvibile certamente quest'ultimo nell'applicazione di tecniche precise e sperimentate, perso di conseguenza nello Scilla e Cariddi della ricerca di un'identità, ad esso non rimane altro, sovente, che la speranza di essere l'immagine di ciò che produce. Nel caso del sogno precedentemente citato il guadagno primario della trasformazione del piccolo e brutto anatroccolo in cigno maestoso è evidente in quanto, se « cigno » è l'oggetto della sua produzione, parte della sua bellezza e integrità la deve al suo fattore. Desideri e sogni di questo tipo, però, se non portati subitaneamente alla coscienza producono per lo più, anzichè un magnifico cigno, specchio e riflesso della propria potenza di formatore e della bontà del proprio intervento, la ripetizione di un brutto anatroccolo, con non poco disagio e disillusone da parte dell'operatore che si trova così nuovamente confrontato col proprio limite e con i suoi problemi di impotenza.
Ci pare importante perciò far seguire a questa premessa anedottica, una breve riflessione sul significato profondo che è sotteso all'attività di formazione e sui fantasmi ad essa adiacenti. Solo in questo