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Il passaggio dal momento diagnostico a quello d'intervento intenzionalmente preventivo contiene la tendenza al superamento degli usuali metodi e tecniche professionali che si mantengono al più per riscoprire attività di tipo marginale in ordine agli obiettivi posti in essere dall'azione d'intervento.
Questo è il caso in cui uno psichiatra, un'assistente sociale ed un sociologo si sono trovati a sperimentare, quando, in modo congiunto, sono passati all'azione d'intervento nell'affrontare la patologia degli alcoolisti in una zona periferica di Milano (Zona 8).
Nella gestione abituale della propria attività, particolarmente in una struttura quale è anche quella di un ospedale psichiatrico, si assiste sempre meno a rapporti fra persone e sempre più a relazioni fra astrazioni impersonali, fra ruoli, fra immagini di potere. Solo quando queste maschere cadono nel tentativo di ritrovare la persona nascosta dentro di esse, solo allora si diventa operatori sociali. Nello sforzo quindi congiunto all'azione con il sociale abbiamo scoperto un nuovo modo di porsi nei confronti degli alcoolisti.
Lo stile d'approccio che gli alcoolisti adottano in genere con l'istituzione psichiatrica è quella di relazionarsi in un rapporto di reciproco uso, con la ovvia collusione implicita o esplicita dell'istituzione. Rapporto quindi manipolativo, di tipo oggettivante e asimmetrico. Spieghiamo ora meglio cosa intendiamo.
L'alcoolista usa sovente il ricovero come mezzo efficace per disintossicarsi: la ricerca di fleboclisi è la scoperta che l'alcoolista esperimenta come efficace per continuare dopo la cura, il suo rapporto d'amore. Simbolicamente si lava della « colpa » e, autopunendosi con il ricovero, usa l'ospedale non già per riabilitarsi ma per affermare la sua debolezza e ricostituire una nuova integrità (lavaggio del sangue) che gli permette di mantenere il suo rapporto con l'oggetto della sua dipendenza, nel nostro caso l'alcool. Altri vedono nell'ospedale il simbolo della sopraffazione della