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Il XVI congresso degli psicologi italiani, svoltosi a Bologna dal 30-X al 4-XI '75, ha mostrato nel suo complesso come anche quella che forse a torto viene considerata la più scientifica delle scienze sociali, stia vivendo una crisi profonda, ma più specificatamente ci ha fatto scorgere come alla base di questa crisi sta inequivocabilmente il progressivo deterioramento dei rapporti tra istanze epistemologiche ed istanze ideologiche.
Questa crisi che investe le scienze sociali ivi inclusa la psicologia è poi ribadita nella prassi dalla generosa impotenza delle varie équipes interdisciplinari di operatori sociali. E' inoltre quanto mai evidente che la crisi nelle scienze sociali si ricollega al progressivo sfaldamento del modello ideologico, e dell'idea di progresso conseguente all'interno del quale si sono venute man mano strutturando. Varrà forse la pena soffermarci su questo aspetto del problema. In breve, si tratta del modello del progresso stesso concepito come una sorta di meccanismo omeostatico che, una volta avviato, sarebbe capace non solo di garantire la crescita regolare delle conoscenze scientifiche, ma anche di assicurare per tutti i tempi a venire la necessaria e desiderata prevalenza del momento obiettivo su quello subiettivo, o in altri termini della scienza sull'ideologia. L'assunzione di detto modello tende a risultare acritica in un duplice senso: primo, perchè assume la scienza quale supporto di un'ideologia; secondo, perchè produce sulla base di questa seconda e più sottile ideologia, quella che vuol rassicurarci circa la sua innocenza. A dire il vero, il fenomeno del rapporto fra scienza e ideologia, a tal riguardo, è enormemente complesso. L'« idea » di progresso è correlata ad almeno due grandi rivoluzioni dello sviluppo storico moderno, quella tecnologico-scientifica e quella politico-sociale. E benchè siano entrambe contenute nel cambiamento sopravvenuto nel modo di produzione (per esprimerci nei termini dell'economia politica), le « ideologie