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Osservando le ricerche attuate nel campo della psicologia, ci si rende spesso conto della carenza di elaborazione teorica iniziale che le caratterizza. Siamo testimoni diretti o indiretti di una costante messa fra parentesi dell'analisi speculativa, dei suoi presupposti e dei suoi fondamenti.
Questo silenzio epistemologico ci pone alcuni interrogativi che meritano un tentativo di indagine e possibilmente di risposta. Ma prima di affrontare tali domande è utile chiarire che cosa intendiamo per riscontro epistemologico, per evitare ambiguità e fraintendimenti. Il significato che vogliamo attribuirgli in questo contesto è «quella forma di attività intellettuale il cui compito è di riflettere sulla natura della scienza, sul carattere dei suoi presupposti e sulle sue possibility di realizzazione: diven-tando in tal modo capace di determinare quali concetti e quali giudizi hanno diritto di cittadinanza nella scienza ed eliminando quei preconcetti e quei pregiudizi che si introducono in essa surrettiziamente… » (1).
La linearità e la chiarezza di questa definizione possono condurci ad una erronea semplificazione del problema, se non teniamo costantemente presente l'episteme come spazio aperto: infatti il compito dell'epistemologia non può solamente venire esaurito nella costruzione di un reticolo teorico che garantisca la validità degli enunciati di una scienza, ma si deve anche esprimere nella individuazione degli a-priori storici che hanno reso possibile il costituirsi della psicologia in questi termini. Il proposito è quello di portare alla luce le determinanti che hanno reso inevitabile che il discorso psicologico venisse detto con le parole che noi conosciamo e non con altre. A differenza del metodo strutturalistico che cerca le leggi di formazione degli enunciati teorici, questa sorta di epistemologia archeologica (2) scava alla ricerca delle sue condizioni di esistenza.
A questo punto, se diamo per scontata la necessity di una fondazione epistemologica tale da permette