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Vorrei partire da una domanda che si inscrive in un punto specifico nel problema dei rapporti tra psicoanalisi e cultura, psicoanalisi e politica. La domanda è questa, e la articolo in diversi punti:
E' legittimo sostenere, come è stato fatto da molte femministe, l'insanabile reazionarieta della cultura psicoanalitica e, quindi, il necessario divorzio da questa cultura per chi voglia affrontare correttamente quell'«esame di realtà » che si rende necessario in ogni operazione politica?
Come si pone l'analista e più specificatamente l'analista di formazione freudiana di fronte alle proprie pazienti? E' evidente che, siano esse femministe o no, si trovano a vivere al-l'interno di una condizione, quella femminile, che pone loro alcuni problemi. Come si pone l'analista di fronte a questi problemi?
L'introdurre, da parte dell'analista, l'« esame di realta » all'interno della interpretazione analitica, costituisce una deroga alla «neutralità analitica» da un lato, e alla «purezza» del metodo analitico dall'altro?
L'occasione a questa domanda mi si è posta attraverso la lettura, sempre più frequente, di interventi di analisti, i quali, interpellati come esperti circa questo o quell'aspetto della questione femminile, si pronunciano a rinforzo e sostegno della conservazione, con generalizza-zioni tanto più pericolose quanto date come incontrovertibili. Chi infatti potrebbe opporsi all'analista, armato com'è di conoscenze rica-vate da un materiale di sua esclusiva compe-tenza, quale i sogni, le associazioni, i vissuti inconsci delle sue pazienti?
Scelgo tra gli interventi quelli che mi sembrano più emblematici. L'aver prestato attenzione a materiale divulgativo è non scientifico non è casuale: e proprio a livello di mass-media che si va estendendo una ideologia analitica sclerotizzata ed assiomatica (ed una parallela disinvolta fruizione della medesima) che ne sommergono ogni autentica scientificità (1).
Il settimanale « L'Espresso » (2) esce con un numero che porta in copertina il