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In tutto l'ambito delle scienze mediche vi è dibattito a volte anche aspro, circa la questione della prevenzione; tale discussione è particolarmente presente, e drammatica, nel campo psichiatrico e psicologico in genere. Già la divisione fra natura e società, e non tra ideologia e conoscenza — come sostiene, a mio avviso giustamente, Ancona — rende problematica la determinazione di una pratica preventiva, e rischia di trasformare in pura esercitazione verbale ciò che dovrebbe essere un tentativo di prassi.
Assenza (prevenzione) di malattia, medicina della vita, ecc., sono affermazioni importanti, ma, se rimangono tali, divengono in realtà funzionali ad una semplice espansione quantitativa dei servizi sanitari, e non elementi per la trasformazione dell'attuale scienza medica.
Nel dibattito all'interno delle singole specialità e sottospecialità mediche, psichiatria e psicologia comprese, e, più in generale, nel dibattito culturale, scientifico, e politico non si è ancora chiarito sufficientemente il problema con conseguenze di vasta portata.
E' così prevalsa, fino ad oggi, una linea che ha di fatto accettato l'oggettività, la « naturalità » della malattia, ora accentuando gli aspetti biologici, ora quelli « sociali », e che non è riuscita a cogliere pienamente i nessi fra sviluppo delle forze produttive / rapporti di produzione / creazione della malattia. Ciò è servito spesso — troppo spesso — nella pratica a mantenere inalterati gli interventi curativi e riabilitativi (anzi ad espanderli portando all'estremo, nelle punte più avanzate, la logica della iperspecializzazione) e ad aggiungere a questi, nella misura in cui il ciclo economico in espansione lo rendeva possibile, in misura ancora ridotta ma significativa dei servizi detti « preventivi », senza aver definite per altro con esattezza il loro contenuto, il rapporto con gli altri momenti dell'organizzazione sanitaria pubblica, l'impatto con i servizi sanitari privati, con la produzione dei farmaci, dei libri, etc.
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