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Le agitazioni che nello scorcio di questa estate hanno animato le carceri italiane e l'attenzione che ad esse prestano la stampa e le forze politiche mi riempiono di soddisfazione. E' chiaro che mi incombe l'obbligo di spiegare questa mia perentoria e forse sconcertante affermazione.
Parecchi anni fa, quando lavoravo ancora come psicologo in un carcere per minorenni, mi sono occupato della riforma penitenziaria ed ho scritto alcuni saggi (1) in cui proponevo le linee essenziali di una riforma che, secondo il mio faticosamente maturato convincimento, era Tunica pertinente e passibile di portare, a lungo termine, un vero rivolgimento, sé non una vera rivoluzione, nella risposta sociale al reato. Era il tempo allora in cui andavano di moda le inchieste indignate sulle carceri che finivano invariabilmente, senza alcun sforzo d'immaginazione, in un generico e conformistico appello alla sovversione. Mi accorgevo che quei pamphlets erano innocui prodotti consumistici, incapaci di incidere sulla prassi, non tanto perchè sia molto difficile distruggere un carcere (in realtà si è visto che è relativamente facile), ma perchè la distruzione di un carcere ha lo stesso effetto per il sistema repressivo della devianza che far saltare una banca per il sistema capitalistico: offre l'opportunità per la celebrazione del sistema (basta pensare al giro di affari per gli uffici legali interessati alla liquidazione dei danni subiti