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E' luogo comune nell'ambiente psicologico e dei servizi sociali differenziare nettamente il gruppo eterocentrato da quello autocentrato.
Spesso ciò avviene però su basi erronee e tramite cognizioni stereotipe e razionalisticheggianti, prive di qualsiasi fondamento che non sia emotivo. Molti psicologici principianti, e non solo tali, dato che alcuni di essi contano alle loro spalle un lungo periodo di apprendistato, sogliono negli scambi fra colleghi o in quelli con i neofiti premurarsi di dire, quale segno di serietà professional che, essendo la propria formazione non ancora del tutto compiuta o non direttamente psicoanalitica, i gruppi che conducono sono eterocentrati, o più perentoriamente, che i soli gruppi ch'essi sono in grado di condurre hanno come obiettivo la discussione di un tema o di esperienze comuni.
Le ragioni di siffatte affermazioni vengono talvolta rinvenute nella credenza che nei gruppi eterocentrati non intervengano le dinamiche psicologiche individuali e di gruppo che caratterizzano invece le situazioni autocentrate, o nell'idea che i gruppi eterocentrati richiedano un grado di coinvolgimento, da parte del conduttore, assai diverso da quello dei gruppi autocentrati e che quindi per tali motivi siano più facili a gestirsi. Eterocentrato diventa per costoro sinonimo di assenza di transfert e controtransfert. Il pretesto della serietà professional maschera poi, non poche volte, non solo l'ignoranza della vita di gruppo e dei suoi fenomeni, quanto, dietro la razionalizzazione, il desiderio opposto di autocentrare e di interpretare, perchè segno di maggior prestigio e autostima. In questi casi la prudenza dichiarata non corrisponde ad un autentico riconoscimento dei propri limiti bensì ad uno statico conformismo di gruppo del tipo « galateo del buon psicologo», quando non cela altro che la fretta di procedere ad esperienze cosiddette «più profonde » con la conseguente perdita e minimizzazione di un prezioso campo di ascolto psicologico e di formazione d