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Lo stato attuale della ricerca, chiamiamola applicata, in psichiatria appare caratterizzato da proposte molteplici dirette ad individuare sia modelli di strutture alternative al manicomio, sia servizi territoriali con carattere di cura, ma soprattutto di prevenzione.
La fase attuale, che possiamo considerare come storicamente successiva a quella della lotta anti-istituzionale, porta infatti a riflettere spesso sulla non esaustività dell'intervento di « rottura » in se stesso, sulla complessività e ricchezza di articolazione del sistema « caso-ambiente-istituzione-territorio ». Rimane ovviamente implicito che la lotta aperta all'istituzione totale, ed anche alle sue forme occulte di rigenerazione, resta l'elemento insostituibile e centrale non solo per la fondazione, ma per l'avvio di ogni intervento corretto in campo psichiatrico. La dimissione di un « paziente », la gestione in loco, fuori del manicomio, di un caso acuto, l'accettazione nel gruppo della devianza, l'affinamento delle capacità di comprensione e di azione del personale, solo per fare qualche esempio, sono altrettanti punti di confronto, non solo con una realtà sociale e politica, ma anche con le effettive possibilità terapeutiche di un servizio psichiatrico decentrato nel territorio.
Siamo sempre di più nella fase in cui occorre porsi il problema della efficacia delle varie strutture che si sono create e della possibilità che hanno di incidere nel vivo della sofferenza psicologica dell'individuo, di ricercare e risolvere gli elementi patogenetici di un gruppo.
In questo quadro riteniamo che discutere lo specifico dell'apporto della cultura psicodinamica nel servizio decentrato di igiene mentale possa significare non solo un arricchimento della prassi psichiatrica, ma anche un ulteriore impegno al confronto coi problemi reali sottesi al concetto di « malattia mentale ».