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Queste considerazioni sul suicidio e le sue ripercussioni nell'ambito dell'istituzione manicomiale sono il frutto di seminari, colloqui, osservazioni condotti presso l'Ospedale Psichiatrico Provinciale di Colorno (Parma). Si è avvertita l'esigenza di approfondire tale problema, così come per altri temi ugualmente importanti, soprattutto durante l'attività di riqualificazione del personale (svolta nel ). Queste riflessioni, che costituiscono una base di lavoro per una ricerca futura più ampia, scaturiscono della consapevolezza che il suicidio nella istituzione psichiatrica presenta delle caratteristiche peculiari. Infatti, le motivazioni e le ripercussioni di un suicidio in una istituzione chiusa sono alquanto particolari, e molte delle dinamiche che si sviluppano sono strettamente dipendenti dal tipo specifico di ambiente. Il senso di un suicidio o di un tentato suicidio nell'istituzione, e le situazioni determinate in cui si realizza, possono essere evidenziati solo se si tiene conto della realtà sostanzialmente diversa tra l'ambiente sociale esterno e un'istituzione chiusa.
Innanzi tutto bisogna considerare quali sono i momenti in cui si presenta un maggior rischio di suicidio. Riferendoci all'analisi di Durkheim, si può dire che sono i momenti di anomia, intendendo con ciò le situazioni in cui non sono più riconoscibili norme precise a cui fare riferimento per strutturare il proprio comportamento e le proprie aspirazioni. In un ospedale psichiatrico, l'anomia si verifica in relazione a importanti modificazioni delle abitudini e del modello di vita dei ricoverati: si può trattare, ad esempio, dello spostamento da un reparto all'altro, della sostituzione del medico, della prospettiva della dimissione, o di una radicale ristrutturazione interna. Va sottolineato un altro fattore di cambiamento, e cioè un passaggio, più o meno rapido, da uno stato di malattia cronica, caratterizzato da passività ed inerzia prettamente istituzionali, ad uno di maggiore auto-coscienza de