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La affermazione di fondo dell'articolo di Cremerius è che con gli operai non si fa psicoanalisi o psicoterapia a fondamento psicoanalitico. Questa affermazione viene per così dire convalidata da un lato attraverso la descrizione delle difficoltà incontrate nella pratica psicoanalitica, dall'altro mediante la definizione e la discussione di un modello teorico-ipotetico di sviluppo ed interazione dell'apparato psichico nei membri della classe operaia.
Siamo in parte d'accordo con Cremerius quando sostiene che vi sono grosse difficoltà ad intervenire con la tecnica psicoanalitica in soggetti che siano portatori di quel modello di interazione psichica (anche se in proposito ci sembrerebbe necessario un approfondimento, e vi ritorneremo più oltre), ma non siamo d'accordo con lui, o perlomeno la nostra esperienza non concorda con la sua nel momento in cui questo modello sembra essere considerato come caratteristico della classe operaia.
Non vogliamo con ciò aprire una polemica ideologica, il che sarebbe privo di senso, ma cercare di portare un contributo al dibattito che in qualche modo Psicoterapia e Scienze Umane ha già iniziato sull'argomento, nel tentativo di verificare se non sia attribuibile alle tecniche utilizzate (poichè non è affatto vero che, nel suo momento applicativo, la tecnica psicoanalitica è univoca) la discordanza delle risultanze, piuttosto che arrivare ad ipotizzare, come fa Merini, una differenza nel reale tra la classe operaia italiana e quella tedesca. (I termini « reale » e « realtà» verranno di seguito utilizzati per designare l'uno il dato oggettivo e materiale storicizzato, l'altro il dato oggettivo e materiale strictu sensu).
Non escludiamo a priori che tale differenza esista, ma ci pare che essa possa costruire un elemento esplicativo solo in quanto sia dimostrato che non ne esistono altri, specificamente riportabili al rapporto analista-paziente o alla realtà del soggetto.
Sulla base della nostra esperienza, pur limitata e quindi probabilmente n