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I problemi posti oggi dall'uso di strumenti psicoterapeutici esigono da una parte un approfondimento dell'importante dibattito sul ruolo dello psicoterapeuta nei suoi risvolti individual e sociali, e dall'altra un esame preliminare dello sviluppo della teoria psicoanalitica come critica del rapporto tra individuo e società, e quindi tra natura e cultura.
Cercheremo innanzitutto di vedere se la teoria psicoanalitica freudiana, e in particolare la sua interpretazione dinamica di un dato sistema socioculturale (nella fattispecie la cultura occidentale), comporti o meno una tendenza intrinseca e specifica a svolgere una funzione di integrazione adattiva, e quindi conformistica, dell'individuo ai valori culturali dell'ambiente di appartenenza, agendo così un ruolo di fatto repressivo.
Per Freud uno dei motivi essenziali per cui alla psicoanalisi si pone il problema della civiltà, scaturisce dalla valutazione della componente sociale che agisce nella genesi delle nevrosi individuali.
Le psiconevrosi si caratterizzano quindi anche come fenomeni di asocialità, inquinando le relazioni interpersonal e spingendo l'individuo all'autoesclusione, e possono considerarsi come l'effetto di un conflitto tra il soggetto e le regole imposte dalla società. Alla base di tale conflitto vi è la difficoltà per il nevrotico di accettare i vincoli e le restrizioni relative alla sfera sessuale.
Sarebbe perciò riduttiva la tendenza a circoscrivere la psicoanalisi a strumento terapeutico improntato alla neutralità, in quanto, anche in un'accezione puramente tecnica, la psicoanalisi non può prescindere dalle norme culturali e relative a una condotta socialmente accettabile, che costituiscono i parametri della normalità e anormalità psichica.
Le opere di Freud a carattere per così dire sociologico costituiscono parte integrante degli scritti teorici più strettamente connessi all'esperienza clinica.
In « Psicologia delle masse e analisi dell'Io » Freud enuncia la tesi che l'individuo non agisce sulla bas