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« Il '68 ha rotto tra i giovani alcuni schemi comportamentali vigenti nei rapporti sessuali e in quelli affettivi più generali, ma da questa rottura liberatoria non è nato un adeguato approfondimento, e spesso si e visto il gruppo e la coppia ripiombare nel classico schema comportamentale dietro la cui facciata di ”fedeltà” o di ”tradimento” si nascondono l'egoismo, l'utilitarismo e le gerarchie della famiglia tradizionale » (1).
Questo brano, riportato da un articolo di Cesare Padovani, mi aiuta a riflettere sulle esperienze di lotta che ho vissuto in questi anni e mi fa capire che è impossibile dire che cosa ha cambiato il «sessantotto» senza chiarirci che cosa il « sessantotto» ha cambiato in noi. Ho deciso quindi di comunicare per iscritto la mia esperienza con un ragazzo « handicappato », perchè in questo modo penso di poter dare un contributo alia nostra «lunga marcia» da condurre non solo, si noti bene, attraverso le istituzioni esterne, ma anche attraverso le istituzioni interiorizzate in noi che troppo spesso abbiamo considerato « al di sopra di ogni sospetto». Per me, essere stato per un anno con un ragazzo disturbato mentalmente ed anche privo della vista non ha significato solo « marciare » contro l'Istituto dei Ciechi, la Provincia, i professori, gli psicologi, la famiglia ecc.; ho scoperto che anche in me, giovane di sinistra, vivono e prosperano, ben nascoste, le istituzioni che combatto e che anch'io posso essere un inconsapevole complice del potere, se non marcio anche attraverso me stesso. Ciò che vive in noi, normalmente codificato, congelato in atteggiamenti, parole e gesti e che non suscita il minimo sospetto, al nostro pur allenato spirito critico, è già istituzione che soffoca automaticamente ogni linguaggio diverso.
Così, la mia esposizione è necessariamente autobiografica ma non strettamente personale. Le considerazioni su me stesso, le critiche alle istituzioni suonano da atto di accusa contro questo sistema, e nello stesso tempo, si sforzano