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Mi sembra utile rivedere la figura di Jean-Jacques Rousseau alla luce di alcuni sviluppi recenti delle scienze umane, in particolare della psicoanalisi postfreudiana, della psichiatria interpersonale e dell'etologia umana. Il secondo centenario della morte è beninteso un'occasione puramente esteriore. Penso piuttosto che in molti aspetti della sua figura vi siano per noi dei motivi sosianziali di interesse. Questo è naturalmente un segno della fecondità del suo pensiero: non soltanto è risultato precursore, per certi aspetti, della Rivoluzione francese nel Sesttecento, o del concetto marxiano di aiienazione nell'Ottocento, ma anche di certe fondamentali problematiche attuali. Così Buzzatti Traverso, in un articolo recente (1), lo considera precursore dell'ecologia.
D'altra parte, se uno dei poli dell'attenzione di Rousseau è la società nei suoi rapporti con la natura, l'altro polo è l'individuo. Nella sua vita tormentata, quale risulta dalle Confessioni, egli sembra quasi volerci mostrare in sè stesso i danni provocati dalla società nella natura umana. In questo senso mi sembra che Rousseau si possa considerare anche precursore di un movimento di pensiero che si va profilando e che Schmidbauer chiama « etologia umana critica » (2): come l'ecologia cerca di definire i limiti dello sviluppo della società, così l'etologia umana critica cerca di definire i « limiti dello sviluppo » dell'uomo sul piano psicologico.
Rousseau stesso era consapevole dell'importanza della sua testimonianza. Nella toccante introduzione alle Confessioni (3), rivolta all'ignoto che pubblichera il suo scritto dopo la morte, accanto ai segni della paranoia, cioè della sua alienazione da sè stesso e dagli altri (« fossi tu pure uno dei miei implacabili nemici»), c'è anche un disperato desiderio di comunicare e contribuire al superamento di tale alienazione: egli park delle Confessioni come di « un'opera utile e unica, che può servire quale prima pietra di paragone per lo studio degli uomini ». Nel p