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Tradizionalmente in psicoanalisi per cambiamento si intende quello arrecato al paziente grazie al rapporto terapeutico: nel transfert il paziente rivive esperienze passate e l'equilibrio instaurato su quelle a scapito della propria ricchezza e della propria indipendenza emotiva si stabilisce ad un livello diverso in cui desiderio ed energia sono in sintonia con l'io della persona. Ma è la Storia del paziente quella che ne ha definito l'esistenza e i bisogni, che trova in lui le risorse e la chiarezza per realizzarsi, al posto della pseudostoria che il paziente rappresentava per Altri. Al terapeuta non resta che usare se stesso per accedere alla comprensione del fenomeno, comprensione che si esprime nel processo interpretativo che in ultima analisi è un'esperienza diadica. O per lo meno dovrebbe esserlo.
In realtà il terapeuta non ha in testa una meta a cui far arrivare il paziente, il quale scopre pian piano i suoi bisogni e rifonda il suo destino e la sua storia. Pertanto si esclude l'induzione al cambiamento, premessa di altre discipline, ma se si riflette sull'uso dei termini « cambiamento nel paziente » e « rapporto terapeutico », si coglie una contraddizione che è opportuno affrontare.
Il concetto di rapporto esclude che qualche cosa avvenga soltanto nell'Altro. Accade nella pratica terapeutica che alcuni tramite il loro training si preparino in anticipo ad essere ricettivi e a portare al cambiamento e con probabilità da ingegneri della psiche favoriscano modificazioni nell'Altro; e avviene che altri fortunatamente accettino con maggiore disponibilità e consapevolezza l'intuizione freudiana di inconscio come cosa che non si conosce, per cui accettano il dubbio, la paura, l'imprevisto non categorizzabile ma solo esperibile, e pertanto si adeguano necessariamente a tutte le variazioni emotive del paziente, che diventano le loro. La differenza sta nella fecondità: la prima posizione è pedanteria scolastica, la seconda — frutto della relazione e dei sentimenti che es