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Questo studio è il risultato di tre anni di osservazione dei gruppi infermieri in una Divisione Neuropsichiatrica di un Ospedale Generale. Collateralmente all'osservazione dei comportamenti individuali e di gruppo, soprattutto in rapporto alle strutture e ai compiti ospedalieri, ebbi una serie di colloqui informali con infermieri singoli, con piccoli gruppi in situazione operativa e anche in gruppi allargati. La mia ricerca non ufficiale e, che conducevo per mio conto, trovava esclusivamente la sua origine nella percezione dell'elevato grado di ansia, di tensione e di disagio, nel quale operavano gli infermieri. La ricerca è quindi da considerarsi una ricerca « a posteriori »: se si fosse trattato di un intervento, si sarebbe potuto avviare un processo di cambiamento sociale, cambiamento che invece si pone come quesito. E il quesito di fondo rimane questo: chi vorrà iniziare il necessario cambiamento sociale dentro un sistema malato?
Quando si affrontano problemi relativi al settore infermieristico dentro un'istituzione ospedaliera, soprattutto se si affronta il ruolo degli infermieri con le ansie che ne derivano, ci si trova quasi inevitabilmente bloccati dallo studio della Menzies. Quello studio, nella scia Jaquesiana sulle difese che i sistemi si creano contro l'ansia, rappresenta una specie di barriera invalicabile. Forse la difficoltà di superare quella barriera ha determinato l'approccio del mio lavoro nel senso che mi ha indirizzato a studiare un livello di vita istituzionale antistante o, per meglio dire, primordiale rispetto a quello preso in esame dalla Menzies. L'ipotesi che sono stata portata a formulare alla fine dello studio è che le difese sociali di un sistema non sono accettabili, se viene minacciata l'identità di un gruppo e conseguentemente quella individuale.
L'analisi della situazione è stata condotta in termini di « sistema socio-tecnico aperto » di matrice tavistockiana e per questo mi sono avvalsa della supervisione del Dott. A. Ricciardi, del