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Nel campo della formazione in istituzione si può presentare assai difficile la scelta degli obiettivi e del metodo di intervento. Le difficoltà, se derivano in parte dalla natura complessa e il più delle volte ambigua della domanda di formazione, possono essere aggravate dall'interferenza di pregiudizi, conflitti e fantasie che vengono ad agire nell'esame di realtà del formatore. Entrambe le situazioni creano un'insicurezza nel poter determinare quali siano i veri bisogni e a quali sia possibile rispondere, a cui spesso fa seguito una esitazione riguardo agli strumenti più adeguati da utilizzare. La richiesta di aiuto è, di per sè, né univoca né trasparente. Da una parte v'è il desiderio di cambiare e di essere aiutati, dall'altra v'è la resistenza a farlo e il bisogno di far tutto da sè indipendentemente da qualsiasi aiuto e confronto.
Negli operatori tale ambivalenza si manifesta nel desiderio contraddittorio di volere un intervento formativo centrato su di sé, ma che prescinda totalmente da un personale coinvolgimento, o nel richiedere al contempo una formazione orientata in modo specifico in senso terapeutico, o una formazione più semplicemente fondata sull'informazione e sul fuori e lontano da sé. Si vuole, cioè, o mettere in discussione se stessi e si pensa che questo possa essere fatto solo a partire da un'esperienza autocentrata, o ricevere puramente un contributo teorico sulla propria area di lavoro tralasciando qualsiasi riferimento esplicito a se stessi e alla propria relazione con il cliente. L'indecisione presente in questa conflittualità che caratterizza la domanda rispecchia non soltanto la accettazione ambivalente del proprio bisogno, bensì la natura onnipotente in cui spesso lo si esplicita. La posizione psicologica degli operatori a questo riguardo diviene quindi quella del tipo « tutto o nulla », « tutto e subito » con una conseguente svalutazione della via intermedia. Se quanto detto è un primo aspet