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Il testo che segue è una ricostruzione delle vicende che si svolsero intorno alla psicoanalisi dall'epoca della sua prima diffusione in Italia fino al 1938, anno in cui fu messa fuori legge la Società Psicoanalitica(1).
Motivo conduttore della ricerca è una interpretazione specifica dei problemi che sollevò, in quegli anni, in Italia una scienza « nuova » come la psicoanalisi, in relazione alle varie componenti politiche, culturali e ideali in campo come la Chiesa, il fascismo e gli ambienti scientifici dominanti.
Dal quadro che segue emerge che anche durante il periodo fascista il problema fondamentale è stato il rapporto — o meglio lo scontro — tra la psicoanalisi e, da una parte gli ambienti scientifici e culturali dominanti, dall'altra la Chiesa.
Questa è, del resto, l'opinione che esprime Piero Meldini nell'introduzione al testo Mussolini contro Freud. La psicoanalisi nella pubblicistica del fascismo: « …negli anni Trenta a rifiutare violentemente e in blocco la psicoanalisi … è un po' tutto il mondo culturale italiano, nelle sue componenti maggioritarie-cattolica, positivistica ed idealistica — … come anche in quelle minoritarie e più progressive »(2).
Fino dalla prima diffusione della psicoanalisi l'ostilità maggiore viene dalle varie tendenze della cultura italiana: per un verso l'idealismo e lo spiritualismo filosofici, posizioni estremamente diffuse in tutta la cultura, per l'altro l'impostazione scientifica positivista degli ambienti medici.
Una prima divulgazione della psicoanalisi in Italia è da registrare negli anni tra il 1908 e il 1915: si tratta di una divulgazione ad alto livello che si realizza all'interno di riviste specializzate ed è indirizzata a medici, psichiatri e psicologi.
Le quattro figure più rilevanti del freudismo italiano di questo periodo sono medici: L. Baroncini(3), G. Modena(4), R. Assagioli(5), S. De Sanctis(6). E' interessante rilevare come i primi divulgatori, sebbene si muovessero in ambienti psichiatrici, fossero psicologi: nella