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Questa pubblicazione si riferisce ad una esperienza personale che si è svolta fra il 1972 ed il 1975. Nel 1972 si era appena conclusa per me l'avventura della psichiatria nuova, a tempo pieno sul territorio, portata avanti per alcuni anni con mezzi artigianali; con una delibera l'Amministrazione Provinciale da cui dipendo mi imponeva il rientro in Ospedale Psichiatrico. Sembra si fosse ritenuto politicamente opportuno indebolire la forza che stava premendo, con immaginabili contrast, affinchè si giungesse al superamento della locale Scuola Speciale. Questo rientro forzato mi ha messo nella condizione di meglio rendermi conto di come l'attacco al meccanismo che porta all'esclusione del diverso possa essere condotto a partire da un punto qualsiasi, per esempio dalla Scuola stessa, ma che una garanzia di « muoversi nel giusto » si può raggiungere solo se si parte dall'anello più estremo della catena; da un reparto manicomiale per lungo-degenti. E' un lavoro a ritroso, che utilizza, data la situazione, tutti i possibili mezzi per risalire la china (ferma restando la scelta di metodo: evitare l'individuale ed insistere sul collettivo).
Continuavo a trovarmi nell'artigianale ma senza coperture né mistificazioni. Si trattava di smontare l'istituzione pezzo per pezzo, mattone per mattone. Il lavoro diretto per la dimissione dei lungo-degenti costituiva nella mia considerazione solo una parte periferica del discorso complessivo contro i manicomi e l'esclusione, tuttavia molto importante perchè è quella che permette di assistere al dato di fatto: al calo effettivo dell'entità manicomiale. (Per me il filone principale dell'impegno all'interno dell'istituzione è sempre stato costituito dal processo di responsabilizzazione e qualificazione degli operatori). Raccolta una sufficiente esperienza, messi insieme i dati relativi, ho ritenuto opportuno renderla pubblica attraverso un lavoro scientifico. Pronto verso la fine del 1975, superato il necessario vaglio, esso