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Nell'Introduzione alla psicoanalisi Freud rettifica la teoria del « trauma » nella genesi della nevrosi, spostando l'interesse dalla realtà materiale alla realtà psichica, affermando che « se la realtà non li ha forniti (i traumi), allora vengono costruiti in base ad accenni e completati con la fantasia. Il risultato è lo stesso… » (1). Sembra un superamento dell'impostazione causale materialistico-positivista e l'avvio verso una visione più dinamica della malattia, e in parte lo è, ma di fondo egli resta all'interno di una concezione unidirezionale, non smentita né nello scritto del ’24 Il tramonto del complesso edipico né in Mosé e il monoteismo (’34-38) in cui al trauma sessuale non viene più dato credito e viene sottolineata l'elaborazione fantasmatica del dato. E il dato è tutto ciò che a livello della fase evolutiva del bambino lo colpisce particolarmente: « Esse (le esperienze) si riferiscono a impressioni di natura sessuale e aggressiva e sicuramente anche a danneggiamenti precoci dell'Io… i traumi sono esperienze dell'individuo sul proprio corpo, percezioni sensoriali, per lo più di qualcosa di visto o udito… » (2).
Nei momenti chiave della vita infantile « impressiona » lo svezzamento, la perdita delle feci, la scoperta del pene ecc., con le conseguenti modifiche relazionali. Dal trauma come atto si accede al concetto di esperienza relazionale, su una realtà percettibile ed interpretabile, prevedibile e definita.
E’ limitatamente al concetto di « transfert » che Freud giunge alla conclusione che i rapporti sono ripetibili e stereotipabili nella direzione sopra esposta per cui « tutte le amicizie e gli amori che l'individuo sceglierà in seguito si baseranno sulle tracce che quei primi modelli hanno lasciato nella memoria… Tutte le persone che egli conosce