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La prima preoccupazione di coloro che si dedicano alla operatività psichiatrica dovrebbe essere, in teoria, la elaborazione, la critica o magari il rifiuto chiaro del concetto di malattia mentale. Di fatto, chi oggi mantenga questa preoccupazione va incontro a continue delusioni e sorprese.
Perchè quello della malattia mentale è un concetto attorno al quale tutti girano, evitando quasi sempre di impattarlo direttamente. Con poche eccezioni, che poi vedremo, lo si dà per scontato, lo si esorcizza mettendolo tra virgolette, lo si traveste da « disturbo », « sofferenza », « crisi », ecc. ecc.
Talora invece sembra che lo si neghi, senza che sia quasi mai chiaramente dichiarato in base a quali precise argomentazioni o con quale approccio epistemologico. Molto spesso si finisce per scotomizzarlo, parlando d'altro (« a côté ») come se malattia fosse una brutta parola. Tutto ciò non è certo per caso. I motivi di questo rifiuto, di questa rimozione, di questa difficoltà a concettualizzare la malattia devono essere importanti e vanno adeguatamente analizzati.
La ormai annosa polemica circa la cosiddetta antipsichiatria non ha certo contribuito a chiarire le cose. Prima di tutto perchè il titolo di antipsichiatra non si sa più a chi vada conferito. Forse, l'unico veramente tale è stato, almeno in certe fasi, soltanto Cooper. Ma Jervis dice addirittura che la antipsichiatria non si sa neppure che cosa è e che Cooper è soltanto un « non psichiatra ». Altri riconoscerebbero il titolo almeno a Szasz, che ci tiene tanto (pur con le contraddizioni che vedremo).
Direi però soprattutto che ci sono in giro, oltre ai « nuovi psichiatri » come li chiamano giustamente Jervis e De Salvia, una infinità di persone su posizioni « apsichiatriche » e questo anche perchè oggi la psichiatria attira l'interesse di tanti che non sono di formazione propriamente psichiatrica.
Ma essere « apsichiatra » è un altro discorso, che merita discussione e considerazione ai fini della chiarezza metodologica. Far ca