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Nel corso di quest'ultimo anno si è discusso su questi tre libri in certo qual modo simili sia negli ambienti specializzati su problemi relativi alla condizione femminile, sia in quel pubblico femminile più largo che, difficilmente raggiungibile dalla militanza femminista, è quanto meno interessato alla riflessione sulla propria quotidiana esperienza. I punti di contatto fra i tre libri sono molteplici. Innanzitutto l'argomento che è quello della condizione della donna nella società industriale avanzata, poi la modalità della comunicazione, che sta tra il saggio e la conversazione informale, e inoltre la collocazione ideologica che, se non si situa nell'area del riflusso, sottolinea d'altronde gli scogli che si pongono a chi, essendosi battuta per la liberazione femminile (caratteristica, questa, comune alle tre scrittrici), si trova di fronte a problemi tuttora irrisolti.
L'interesse dei tre libri non sta tanto nell'evidenziare gli ostacoli che si frappongono alla parità di diritti tra uomo e donna, tema, questo, svolto con maggior rigore intellettuale e pertinenza dai vari movimenti femministi in questi ultimi anni, quanto nella denuncia di un possibile pericolo o addirittura errore d'impostazione del femminismo classico: la rivendicazione dell'uguaglianza tra uomo e donna minaccerebbe di distruggere la specificità femminile e, con essa, la somma dei valori che la donna, in un processo storico nel quale ha pagato un duro scotto all'universo maschile (ghettizzazione, esclusione dal processo produttivo, svalorizzazione economica, mercificazione sessuale e via dicendo), ha pur salvaguardato una serie di virtù o potenzialità che la rendono diversa dall'uomo, inamalgamabile al mondo da lui costruito come si presenta attualmente, refrattaria ai suoi