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Sempre più frequente si fa nei discorsi che, a valanga, l'industria culturale ci rovescia di giorno in giorno addosso il richiamo ad una rinascita religiosa che starebbe profilandosi alla fine del secondo millennio e che dovrebbe segnare il passaggio ad una nuova epoca(1). Di solito, in siffatti discorsi, che, nell'illustrazione che ne forniscono i mass media, accostano il motivo di un risveglio o di un revival o di un rilancio del religioso al rituale riferimento al cosiddetto riflusso, cioè al ritrarsi, per afflosciamento, dell'ondata eversivo-libertaria che ha trovato espressione nei movimenti emancipatori della fine degli anni ’60, ricorre una nota altamente rassicurante che, compiacendosi per il fallimento dei moti e delle tensioni che erano volti ad una trasformazione alle radici della realtà, e mettendone in evidenza il presunto carattere velleitario, vorrebbe fornire la dimostrazione non solo dell'inevitabilità ma del carattere benefico delle tendenze restaurative che aspirano ad un totale rientro nell'ordine. Anche se spesso la denuncia del fallimento delle tendenze alla trasformazione s'ammanta di motivi libertari di estrazione sessantottesca, estrapolati dal contesto vivente entro cui ebbero un senso e mutati di segno (un'ansia « comunitaria » che sarebbe stata tradita e stravolta dal politicismo esasperato in cui sarebbe andata, nell'immediato, a sboccare la contestazione e dal volontarismo di tipo ascetico-guerriero che ad esso si sarebbe accompagnato), la tendenza a spingere nel senso di una restaurazione culturale appare chiarissima. Uno « spontaneismo » di stampo libertario, che sarebbe stato ostacolato ed impedito a manifestarsi all'indomani della contestazione studentesca dall'ossessione della militanza politica elevata abusivamente all'assoluto, e che sarebbe poi riemerso radicandosi profondamente nella sensibilità e nella mentalità di larghe masse giovanili, viene sapientemente accarezzato nell'intento di indicare in una « religiosità » vaga, inc