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Il lettore Marcello W. Bruno ci ha inviato il seguente scritto con alcune osservazioni sul volume di Codignola « Il vero e il falso », inserendosi nel dibattito avviato con gli interventi di Ancona e Bolko pubblicati nel n. 2, 79.
Il dottor Codignola è, riguardo ai rapporti fra interpretazione e situazione analitica, giustamente categorico: apre il suo libro (Il vero e il falso, Boringhieri, Torino ) dicendo che « tentare di cogliere la logica interna, concreta dell'interpretazione psicoanalitica è possibile (…) solo a partire dallo specifico, cioè dalla prassi » (p. 12) e lo chiude ribadendo che « la comprensione psicoanalitica non può essere definita in senso astratto o assoluto. Essa è, al contrario, definibile solo in rapporto alle condizioni concrete intersoggettive e specifiche del suo verificarsi » (p. 126/7). Questo punto di vista, che Codignola chiama « materiale-storico » o « logico-materiale », involge alcune critiche: una va a quegli autori che, come Ricoeur, riducono l'interpretazione a decifrazione del simbolo, e la psicoanalisi ad ermeneutica (come se potesse esistere un codice absolutus, sciolto dai legami con la situazione clinica); un'altra va a tutta quella letteratura che, da Totem e tabù di Freud a Psicoanalisi della guerra di Fornari, inferisce da dati analitici ipotesi socio-antropologiche, obliterando che « l'interpretazione vera e propria perde, fuori del proprio naturale ambito, ogni legittimità scientifica » (p. 88).
Se il processo interpretativo ha la sua sede naturale e legittima nel setting analitico, allora questo non può essere definito semplicemente come l'insieme delle condizioni fattuali-contrattuali della situazione terapeutica (orarî, durata delle sedute, denaro, posizione sul lettino ecc.), ma si rivela come « un fondamentale quadro di riferimento sul piano cognitivo » (p. 69); e infatti « il mutamento del setting si accompagna necessariamente a un mutamento nella fisionomia dell'interpretazione » (p. 80). D'altronde la caratteris