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La tensione verso il sacro, in cui oggi si traduce il bisogno religioso come spinta ad un riscatto in reazione al disincantamento che la razionalizzazione del mondo ha recato con sè, non mira a placarsi in alcun assetto istituzionale. Ciò che attrae è una sacralità, che, respingendo ogni tendenza a circoscriverla entro un ambito ben definito implicante una sua distinzione dalla sfera del profano, si allarga fino a permeare la natura in ogni suo aspetto. Non all'ordine cosmico tende, però, la nostalgia del sacro, che sembra in questo momento scaturire dalla stessa profonda stanchezza dell'Occidente, ma al caos(1).
L'individuo, sentendosi separato dal tutto, quindi colpevole, aspira ad una purificazione che, nel vagheggiamento di un ritorno ad un'originarietà intesa come alcunché di informe, si traduce, di fatto, in un'auto-distruzione. Il sacro s'afferma come ciò che esalta annichilendo. E' qualcosa di spaventoso e insieme di infinitamente attraente. Nella sua ambiguità, esso implica la mescolanza del bene e del male, del divino e del diabolico in una miminosità priva di forma.
Il sacro così inteso non si colloca in alto, poiché non si dà più alcuna distinzione tra l'alto ed il basso. L'ascesa può anche essere una caduta e viceversa. L'espiazione e la purificazione possono assumere i tratti del corrompimento.
Da Sade ad Artaud, da Bataille e Klossowski fino agli attuali esaltatori della morte del soggetto è individuabile nella cultura contemporanea un filone, cui si potrebbe dare il nome di « illuminismo nero ». Dominato dal motivo della trasgressione, tale « illuminismo » si esplica come una sorta di cattolicesimo di segno rovesciato. Esso mira a sacralizzare l'esperienza del libertinismo e sembra ossessionato da rituali che si pongono come la beffarda parodia della liturgia cattolica, ravvisando in definitiva l'ascesi capace di affermarsi come via verso la salvezza essenzialmente nelle perversioni sessuali, le quali si irrigidiscono in un maniacale esercizio dotato di