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1. Una falso dilemma si aggira nell'ambito della sinistra psichiatrica italiana da circa due anni a questa parte, e più precisamente dal momento dell'entrata in vigore degli ultimi provvedimenti legislativi riguardanti la psichiatria(1). Ci si chiede se è proprio vero che la nuova legislazione psichiatrica sia tanto innovativa e rivoluzionaria nei suoi contenuti da non richiedere altro impegno all'operatore se non quello di applicarla e di battersi perchè essa sia rispettata; o se, all'opposto, sia più corretto perseguire una linea « autonoma » e specifica di lotta contro la repressione psichiatrica, una linea coerente alla strategia del movimento di psichiatria democratica, prescindendo da qualsivoglia condizionamento diretto o indiretto di tipo normativo-giuridico e dai nuovi spazi riformistici aperti da una legge dello Stato.
Considerando le cose da una angolatura di tipo ideologico, le due posizioni sembrano l'una antitetica all'altra e non conciliabili.
Può una legge dello Stato borghese essere portatrice di liberazione umana? O, invece, è destinata a restare al di qua della politicità della psichiatria antiistituzionale, dei suoi presupposti, strumenti ed obbiettivi? Battersi per la traduzione pratica delle norme legislative, interpretandole secondo una lettura evolutiva e progressista, costituisce di per sè un obbiettivo di lotta nel quale possa esaurirsi l'operatività e il movimento stesso della nuova psichiatria? Oppure quest'ultimo possiede una propria caratterizzazione che trascende ogni contingenza? Il riconoscimento della validità di una legge come la 180 (non di una legge in generale) ed il suo uso a favore della sofferenza psichiatrica costituiscono già un atto di possibile compromissione con le forme del potere costituito?
Questi gli interrogativi che sono alla base di quello che all'inizio definivo un falso dilemma, almeno nel momento in cui viene costruito sulla ideologizzazione dei poli contraddittori che lo costituiscono. Credo, infatti, che, se da