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Dalla prassi antiistituzionale alla lotta contro il manicomialismo diffuso.
1) - L'ultima fase dell'esperienza psichiatrica di Portogruaro inizia, come si è detto nella parte prima di questa riflessione (1), nel Settembre del 1977 ed è tuttora in corso.
In questo arco di tempo avvengono i mutamenti più significativi della realtà locale, come frutto dell'intreccio della traduzione pratica delle nuove norme legislative in materia psichiatrica e dell'iniziativa specifica, anche in termini di anticipazione, ad opera degli stessi operatori del servizio.
I mutamenti in questione vanno inquadrati nel contesto di una profonda riforma dei servizi psichiatrici gestiti dalla Amministrazione Provinciale di Venezia, che dall'estate del 1975 è retta da una Giunta di sinistra. L'impegno politico dei nuovi amministratori è duplice: da un lato, lo smantellamento, concepito in modo graduale ma progressive, della pesante eredità manicomiale (ben quattro Ospedali Psichiatrici) (2); e, da un altro lato, la creazione di servizi alternativi — di tipo non ospedaliero, ossia a carattere territoriale e preventivo — decentrati nei vari Comprensori della provincia.
Ebbene, questa duplicità, che sottende una contestualità e unitarietà di impostazione, trovò concretezza a Portogruaro per il fatto che le scelte politiche si intrecciarono con quelle della nuova gestione tecnica e degli operatori dell'Ospedale, conducendo ad una riformulazione delle ipotesi di lavoro e dei programmi di intervento fino ad allora perseguiti.
Sul finire del 1977 si apre, così, all'interno della struttura ospedaliera un dibattito ampio, approfondito, ricco di implicazioni anche ideologiche e politiche, un confronto di posizioni, a volte molto diverse tra loro, sul futuro sviluppo dell'assistenza nel Comprensorio. La discussione, non priva di spunti polemici, ebbe il merito di uscire dalla stretta cerchia degli addetti ai lavori (medici, paramedici, altro personale dei servizi generali, nonchè amministratori) per coinvolgere