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Negli ultimi venti-trent'anni sono sopravvenute all'interno della teoria psicoanalitica, come pure all'interno della teoria della tecnica, importanti modificazioni che riguardano in parte le fondamenta della « tecnica classica » di Freud — il concetto è di Ferenczi (S. Freud, 1965). Esse sono talmente radicali da essere vissute da molti come minacciose. Anna Freud (1972) parla della « fase anarchica» in cui si trovano oggi la teoria e la teoria della tecnica psicoanalitiche. Semplificando si potrebbe dire che si sono formati due gruppi che si differenziano in relazione alla loro valutazione della terapia psicoanalitica. I sostenitori della « tecnica classica » considerano il perimetro e il raggio d'azione della terapia sostanzialmente delimitati. Il campo di applicazione appare loro definitivamente stabilito, il procedimento tecnico sufficientemente definito, e chiaramente delineate le frontiere al di là delle quali una tecnica non può più darsi per analitica. I problemi di tecnica ancora aperti, rimasti irrisolti, si riducono de facto a due, oggi come quarant'anni fa — vedremo più avanti le opinioni di S. Freud (1937) e di A. Freud (1972) su questi problemi. Su questo primo gruppo, quello dei sostenitori della « tecnica classica », gravano — e questo sin dal giudizio pessimistico di Freud (1937) sulla terapia psicoanalitica — lunghe ombre di scetticismo circa le sue chances future. Eissler, nel 1969, dichiara che la psicoanalisi come tecnica non ha un avvenire promettente. Quanto al secondo gruppo, si contraddistingue per il fatto che allarga di slancio il campo della tecnica psicoanalitica, includendo nella tecnica il dominio del preverbale ed estendendo l'ambito delle indicazioni a psicosi, casi borderline, tossicomanie e perversioni, con la conseguenza che diventano necessarie nuove forme di rapporto con il malato, che possono essere realizzate solo se l'analista si coinvolge nel processo patologico e regredisce egli stesso ai propri nuclei psicotici